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Archivio Categoria: Cronaca
L’Aquila, condanna degli scienziati italiani della Commissione Grandi Rischi. Una sentenza che fa discutere.
ROMA - La condanna degli scienziati italiani della Commissione Grandi Rischi 1, colpevoli per il tribunale dell’Aquila di aver sottovalutato il pericolo e fornito informazioni “imprecise e incomplete” sul sisma che sconvolse il capoluogo abruzzese ad aprile del 2009
La sentenza non sostiene che avrebbero dovuto “prevedere” l’evento sismico, ma che siano stati troppo “tranquillizzanti” in merito all’ipotesi dello stesso. A causa di questa comunicazione gli aquilani sono rimasti in casa nonostante il cospicuo rischio di sisma, ed il numero di vittime è aumentato proporzionalmente.
Si tratta di una sentenza storica, quella del Giudice unico Marco Billi e naturalmente il rischio di fare cattiva informazione da parte dei media nazionali è molto elevato. Nessuno (credo) ha la pretesa che gli scienziati fornissero orario e posizione di un sisma che era si prevedibile, ma impossibile da collocare con esattezza in termini di orario e posizione.
Tuttavia personalmente sento un retrogusto amaro in questa decisione. Credo alla totale buona fede degli scienziati e nella loro più onesta volontà di fornire il miglior supporto possibile alle popolazioni che stavano tutelando, come potrebbe essere altrimenti del resto ?.
Però l’Italia è la nazione delle emergenze e della ricerca di un responsabile, proprio quando non ce ne possono essere. In tutti gli altri casi si concede il beneficio del dubbio, la presunzione di innocenza, ma qui il danno è grande ed allora c’è la volontà di scaricare, delegittimare, placare gli animi. Un errore di comunicazione (decisamente discutibile) da parte degli scienziati non può assolutamente costituire un reato di omicidio colposo. Non può perché a questo punto il danno è duplice : si delegittimano uomini di scienza che hanno fatto quanto era concretamente nelle loro possibilità, e si rende con queste premesse praticamente impossibile la ri-fondazione di una Commissione Grandi Rischi, perché nessuno si vorrà fornire la propria consulenza professionale con la spada di Damocle di un possibile condanna di omicidio colposo in caso di “errore formale di comunicazione”.
Gli scenari che apre questa sentenza unica sono diversi, ad esempio : se Giuliacci ipotizza grandine per il week end, ma non mi intima di stare in casa, io esco e mi distruggo la macchina, ora gli posso mandare la fattura del carrozziere..
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il caso CocaColla.it (visto da PocaCola.com)
Non conoscevo il blog CocaColla.it fino ad otto ore fa, ma diversi amici mi hanno messaggiato per segnalarmi il caso, e cioè :
MILANO - «Chiudete il sito e non registrate il marchio». A volte capita che il gigante decida di schiacciare il moscerino. E così la Coca Cola, colosso di Atlanta che produce una delle bevande più bevute al mondo, ha lanciato l’ultimatum. Destinatario del messaggio è CocaColla.it, blog italiano fondato da un gruppo di giovani che dal 2010 si occupa di arte, design, advertising, lifestyle e trend della rete. (via Corriere.it)
Questa è la motivazione fornita da Coca-Cola Company :
“.. la registrazione e l’utilizzo da parte sua del nome a dominio
www.cocacolla.it determina l’insorgere di un grave rischio di confusione per i consumatori che possono essere indotti a ritenere che il segno COCACOLLA ed il nome a dominio www.cocacolla.it
siano volti a contraddistinguere prodotti/servizi distribuiti, organizzati o sponsorizzati dalla nostra
cliente o che comunque l’uso del segno COCACOLLA da parte sua sia stato autorizzato dalla nostra
assistita in base ad accordi o altri legami contrattuali o societari, il che non corrisponde al vero. L’uso
del segno COCACOLLA e del nome a dominio www.cocacolla.it da parte sua costituisce inoltre
contraffazione dei celebri marchi costituiti dalla dicitura Coca-Cola della nostra assistita.”
In buona sostanza i ragazzi che gestiscono cocacolla.it sono costretti a chiudere (o cambiare dominio) perchè il gigante CocaCola ritiene che il loro indirizzo web sia fuorviante nei confronti degli utenti che cercano in rete la famosa bibita al caramello.
Per i meno pratici è necessario sottolineare che la registrazione di un dominio (www.esempio.com) è consentita a chiunque, previo pagamento di un costo di registrazione e successivo di mantenimento annuale. Non c’è, quindi, nulla di illegittimo nell’aver registrato un indirizzo web pur molto simile a quello della famosa bibita. Tuttavia, trattandosi di una multinazionale dal peso economico “siderale”, ai gestori di cocacolla è stato consigliato di non iniziare nemmeno una qualsiasi pratica legale per tutelarsi, per il semplice fatto che non sarebbe economicamente consigliabile, vista la disparità delle forze in campo.
La rete è sempre pronta a scagliarsi contro i “grandi grossi e ricchi, cattivi” in questi casi, e così in queste ore l’hashtag #supportcocacolla su Twitter ha scatenato commenti, e reazioni piuttosto decise in difesa del blog italiano. Nel momento in cui scrivo la vicenda è in piena fase di sviluppo, ma ho la sensazione che se ne parlerà parecchio nei giorni a venire.
Ed è qui che mi sento in qualche modo chiamato in causa.. Si, perchè il blog che state leggendo risponde al dominio Pocacola.com (registrato e mantenuto da, se ben ricordo, quasi otto anni), ed è lecito pensare che se i maghi del caramello hanno intimato la chiusura a loro, ci sono buone probabilità che salti loro in mente di estendere l’embargo anche al sottoscritto. Oltretutto nel mio caso si tratta della semplice sostituzione di una lettera (P, invece di C), mentre nell’altro caso si trattava dell’aggiunta di una i.
Non sono un legale e qualsiasi mia opinione in merito alla vicenda ha scarsissimo peso, mi scappa però di affermare che (cavilli legali ed interpretazioni ad arte della policy sui domini americani, a parte) se venisse dichiarata legittima la richiesta di CocaCola, si creerebbe un precedente illustre e piuttosto pericoloso per un numero enorme di siti più o meno noti già esistenti ed il pretesto per intentare cause legali facilmente vincenti, nei confronti di qualsiasi società con la voglia di arrogarsi un qualsiasi dominio assonante al proprio marchio registrato.
In linea teorica se mai dovesse presentarsi il Sig. CocaCola con una fornitura di bibitone e un cestino di omaggi alimentari, sarei più che disposto a ricevere una pacca sulla spalla e, con un sorriso, a concedere simpaticamente ciò che è già assolutamente mio da anni. Nella pratica però, se il tutto mi venisse imposto in modo così supponente ed autoritario, probabilmente avrei la netta percezione di subire una ingiustizia, ed anche piuttosto clamorosa.
E’ un po’ come se la Ford decidesse che il dominio Escortit.com (tutte le escort d’Italia) possa generare confusione nei compratori della Ford Escort, orientandoli invece che a comprarsi una macchina, a farsi una scopata a pagamento.
Si tratta di cose di poco conto, sia chiaro, un dominio nel caso di un blog ha più un valore simbolico ed affettivo che economico, ma a volte il modo con cui si fanno le cose è più importante del fine..
Totale solidarietà ai ragazzi di Cocacolla.it, quindi, invece ai signori della CocaCola mando i miei Distinti Saluti “con la faccia sotto i loro piedi ‘e si possono anche muovere’” insieme alle mie coordinate bancarie, nel caso decidessero di chiudere la bocca per sempre a codesto blog.
Colgo l’occasione per ricordare loro che con tutti gli havana e Coca-Cola che ho bevuto in vita mia avrei quasi il diritto di sedere nel consiglio d’amministrazione.
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Splinder addio (e grazie)
La piattaforma Splinder ha chiuso i battenti. Il primo servizio gratuito in Italia che ha consentito a chiunque di aprire gratuitamente un Blog e di iniziare a pubblicare sul web in modo autonomo, ci dice addio. Con più di 400.000 blog attivati Splinder può essere considerato un pezzo di storia della comunicazione moderna, e senza dubbio uno degli strumenti che in modo massiccio ha contribuito alla nascita di un fenomeno, quello dei blog, che (cattiva salute a parte) non accenna a spegnersi.
Non intendo però parlare di Splinder in quanto servizio che non ci sarà più, né versare lacrime sui blog in esso contenuti, perchè la maggior parte di loro hanno migrato su altre piattaforme più moderne e funzionali, senza perdere una sola parola di quello che hanno scritto in questi anni.
Ogni nuova avventura nel mondo della comunicazione, e a maggior ragione nel veloce mondo del web, ha sempre una iniziale fase pionieristica convulsa e concitata. Si tratta di un periodo in cui alcuni “visionari” (termine che dopo la morte di Steve Jobs ha assunto un valore estremamente positivo..) intravedono le reali possibilità di un mezzo, i possibili sbocchi, ma anche gli indiscutibili limiti, e decidono di utilizzarlo in modo creativo ed originale, dando vita a un fenomeno. Piccolo o grande che sia.
E’ il momento magico in cui succedono le cose migliori. Non c’è ancora consapevolezza completa, ma solo una ipotesi e una strada appena abbozzata.
I blog di Splinder, quelli storici, quelli vecchi e ruspanti, hanno il fascino delle opere incompiute e dei colori forti di certi pittori Naïf. Sono affascinanti perché lontani da qualsiasi logica (arrivata solo in seguito) di audience, numero di visitatori o impressions e quindi senza filtro. E i commenti ai loro post rispecchiavano la medesima situazione, tra ironia, parolacce, troll e flames dalle mille repliche. La magia del pionierismo romantico della scrittura online e della immediata ed inaspettata visibilità nazionale ci ha regalato nel tempo, decine e decine di penne (pardon: tastiere) efficaci, divertenti o evocative, che oggi hanno uno spazio all’interno delle librerie italiane, online o cartacee.
Fu un momento speciale perché chi aveva la “passione dello scrivere” scoprì che, bypassando qualsiasi editore, ogni attesa, e soprattutto gratuitamente, era in grado di pubblicare e rendere leggibile potenzialmente a tutto il mondo le proprie cose. Inoltre il lettore (anche chiamato fino a qualche anno fa, in modo piuttosto buffo : “internauta”) poteva immediatamente commentare lo scritto, dando un proprio parere, criticando o semplicemente complimentandosi. E questa è una cosa che, effettivamente, i libri di carta non potevano proprio fare..
Chiamatemi pure romantico, ma la chiusura di Splinder per me rappresenta questo : la definitiva fine di un periodo di incredibile onesta creatività, e la simbolica fine dell’età dell’innocenza.
Tutto il resto è Facebook e Twitter.
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Schettino : «Non volevo fuggire, sono caduto nella scialuppa»
La figura del comandante di una nave nel nostro immaginario è molto diversa da quella che ci rimanda Francesco Schettino. Anni di Love Boat, di Titanic e di letteratura gloriosa marinaresca hanno comunicato che abnegazione, valore, coraggio e professionalità sono caratteristiche fondamentali e necessarie per ricoprire un ruolo di così grande responsabilità.
Invece ci ritroviamo a fare i conti con un uomo che in seguito ai propri errori non ha avuto nemmeno la faccia di accettare le proprie responsabilità e che, come un bambino che l’ha fatta grossa, nega l’evidenza più mastodontica e palese aumentando esponenzialmente il numero di vittime innocenti, fuggendo poi dalla propria nave e mettendosi al sicuro, mentre a bordo incolpevoli civili pagavano con la vita la sua bravata.
Il gioco emotivo del bene e del male (De Falco / Schettino) è già stato messo in atto da giornali e comunicazione web, ma in questa storia ci sono pochi eroi e troppi vigliacchi.
Schettino rappresenta perfettamente un bersaglio da crocifiggere, ma è esattamente così che funziona, ed è esattamente così che poteva andare. Siamo di fronte all’ennesimo uomo che ricopre una carica superiore alle sue reali capacità, e all’ennesima casta che può impunemente infrangere le regole, sicura di esserne al di sopra. L’ennesimo uomo con i galloni che può abusare del proprio potere e schernire i subalterni, salvo poi, nel momento in cui carattere e preparazione devono necessariamente venire fuori, farfugliare come Fantozzi e scappare come un topo.
Il suo opposto, il Capitano De Falco, ha (come vuole la sceneggiatura di questo tragico reality) tutte le carte in regola per apparire come il supereroe buono, a partire dal nome che richiama un volatile acuto, veloce e senza paura, per proseguire con il suo aspetto elegante e con la sua voce stentorea e risoluta. E a noi italiani piace molto così..
Il dimesso Schettino porta un cognome meno altisonante con desinenza in “ino”, si tinge i capelli per nascondere il sale & pepe, ha l’aspetto di un ex bagnino e lo sguardo del “provolone di mare”, ma soprattutto non ha la minima idea di cosa significhi fare il comandante, a parte forse pavoneggiarsi con le passeggere e sorseggiare spumante nelle cene ufficiali.
Cito con piacere l’amico Gianmatteo (Trentamarlboro), che in queste ore concitate di social-crocifissione, ha scritto una delle cose più sensate che io abbia letto.
l’istintiva compassione per i codardi, per gli italiani piccoli piccoli, ce l’abbiamo nel dna: siamo cresciuti a colpi di don abbondio, di oreste jacovacci, di fantozzi e giudicare un codardo, un italiano piccolo piccolo, ci riesce più difficile che giudicare chiunque altro. punto. ecco perché, tra gli immancabili commenti forcaioli, si fanno spazio anche numerosi attestati d’indulgenza (mezzi sorrisi, mezze pacche sulle spalle). ed ecco perché, provando noia per i primi, inorridisco per i secondi: il comandante schettino, così tristemente lontano da qualunque possibile riscatto, non c’entra nulla con don abbondio, con oreste jacovacci, con fantozzi. il comandante schettino è un pirata della strada, un volgarissimo pirata della strada, e la nostra compassione, sentimento di cui generalmente non trabocchiamo, dovremmo forse riservarla a destinatari più meritevoli.
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Nonciclopedia & Vasco Rossi : Satira o libertà di offendere attraverso il web ?
Non sono un fan di Vasco Rossi. Ma penso che chiunque sia libero di fare quello che gli pare con la rete e i social network nel rispetto degli altri e (usando un termine caduto in disuso..) del “decoro”. I Clippini di Vasco hanno su di me l’effetto della Corazzata Potemkin di fantozziana memoria, ma rispetto al 100% la sua libertà di comunicare nel modo che preferisce.
il “Caso” è ben noto, ma lo riassumo per quei due o tre che erano in un monastero in questi giorni :
Il sito Nonciclopedia si occupa di satira & umorismo affrontando, in palese ironico contrasto con la notissima “Wikipedia”, le informazioni in chiave comica o politicamente scorretta. Tutto il sito é basato su piattaforma Wiki, pertanto si avvale del contributo di editor esterni che scrivono gli articoli e li pubblicano. Chiunque può diventare editor e i soli dati in possesso degli amministratori di Nonciclopedia sono la email di contatto ed il loro indirizzo ip (ove non mistificato). Tuttavia gli amministratori del sito hanno la possibilità di eliminare, correggere o cancellare tutti gli articoli che vogliono, senza nessun limite.
Nella satirica pagina dedicata a Vasco Rossi un bel giorno, nel 2010, compare il seguente testo :
“Vasco Rossi è un vecchio bavoso tossicomane che vende cocaina davanti alle scuole e deve la sua fama alla credulità di milioni di rimbambiti fatti e strafatti quanto e più di lui …. !” (fonte : Nonciclopedia)
Un avvocato, per conto di Vasco Rossi, invia una mail a Nonciclopedia chiedendo la rimozione della pagina dedicata al suo assistito, ma nulla succede. A distanza di qualche mese gli avvocati decidono di depositare querela per diffamazione nei confronti sia degli autori che dei commenti presenti nella pagina web.
“l’Autorità inquirente, evidentemente ritenendo fondate le accuse mosse dall’Artista, ha effettuato le indagini preliminari volte ad individuare i soggetti che hanno concorso nel reato in questione.” (fonte : pagina Fb di Vasco Rossi, nota : “Nonciclopedia, le precisazioni dell’avvocato“)
Gli amministratori di Nonciclopedia, in seguito al fatto, decidono di sospendere le attività “satiriche” e di oscurare tutto il sito, un po’ come fanno i ragazzini quando si incazzano e si portano via il pallone.
Da questo momento in poi si assiste alla più classica delle “sollevazioni popolari da click compulsivo”. I più (e qualche testata giornalistica) sostengono erroneamente che il popolare cantante “abbia fatto chiudere” Nonciclopedia, e si arrabbiano come dei cinghiali feriti. Alcuni fans di Vasco, diventano un po’ meno fans ed iniziano a rimproverarlo, altri si limitano ad insultarlo ciecamente sulla sua pagina Facebook, tant’è che il nostro Social Rocker è costretto a mutare in A-social e chiudere ai commenti la propria bacheca (ora riaperta).
Ecco, io francamente sono un po’ stanco di tutti quelli che insistono nell’interpretare internet e i social media come un muro pubblico che si può insozzare con ogni genere di porcheria, e in più in modo anonimo. Trovo irritante chi pensa che dare del “bavoso tossicomane che vende cocaina davanti alle scuole ” sia uno sfolgorante diritto e una libertà meritata. Il problema è che la tanto sbandierata “cultura digitale”, nelle generazioni “native digitali” è quasi inesistente, probabilmente perchè (noi vecchi) forse non l’abbiamo mai insegnata, o forse perchè semplicemente l’avvento velocissimo ed epocale di Facebook ha consegnato nelle mani di persone assolutamente impreparate uno strumento con una forza comunicativa superiore alle loro capacità cognitive.
Satira la fa Spinoza, che è capace di giocare e scherzare in modo davvero ironico, irriverente, goliardico, ma soprattutto : divertente, senza mai offendere nessuno. Ironia e satira non sono neanche lontane parenti dell’insulto, anche perché la prima presuppone l’uso del cervello.
La cosa buffa è che metà dei ragazzini che ora si arrabbiano, fino a ieri mattina nemmeno sapevano dell’esistenza di Nonciclopedia, né tanto meno del concetto di “Wiki”. Ma il web è fantastico, proprio perché trovi sempre qualcuno con cui incazzarti e sfogare le tue personali frustrazioni.
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Più Pippa per tutti (Ravasio risponde a una lettrice)
R.B. Frustalupi
Cortese Prof. Ravasio Belinoni. Come milioni di persone ho seguito il matrimonio di William & Kate e come una grandissima fetta di loro, mio marito (presente insime a me davanti alla tv) non ha potuto fare a meno di apprezzare il culo di Pippa Middleton. Da quel giorno egli non fa altro che fare apprezzamenti e battutine sagaci, sottolineando ad ogni occasione che il mio sedere non è esattamente come quello della Pippa, e che gradirebbe davvero che mi mettessi un po’ a dieta o che per lo meno tentassi di definire il mio posteriore. Personalmente non la trovo così affascinante, ed il suo sedere mi pare più una prugna secca che un oggetto del desiderio.. Mi potrà Lei confortare, esimio Ravasio, e magari spiegarmi perchè il mio compagno si comporta così ?
Sua lettrice affezionata, Lucrezia Sconsolata
Studi effettuati presso la Fondazione hanno evidenziato che la simpatica Pippa Middleton (aka Filippa) rientra di diritto nella diffusa categoria delle “Wooden made pussy” (in Italia comunemente dette “fighedilegno”).
Sono certo che se suo marito incontrasse la Pippa nel quotidiano, probabilmente non la noterebbe nemmeno. Il clamore legato a codesta giovinetta è più che altro dovuto al fatto che è stata, nel giro di una settimana, “iconizzata” dai media.
Il processo di iconizzazione ha solitamente maggiore effetto sulla donna, ed è generalmente legato a personaggi pubblici che hanno il loro valore associato a positive caratteristiche globali più ampie. Un bell’attore, però anche bravo e piuttosto sympatico. Un calciatore figo, ma vincente e/o con un carattere bizzarro o scapestrato, etc..
Il processo di “iconizzazione”, per quanto riguarda l’uomo, può invece avere effetto anche in virtù di UNA sola caratteristica fisica. Un paio di tette, due gambe synuose o, come nel caso della Pippa in oggetto, di un bel culo. Nei tristi discorsi da bar il gentiluomo ha la tendenza ad assecondare e a conformarsi con gli apprezzamenti degli altri maschi (Alpha o Beta che siano), un po’ perché “fa gruppo”, un po’ perché trova discreto sollazzo nel palesare la propria “verace” virilità agli occhi degli amici.
Come ripetiamo da tempo: la mente maschile è estremamente semplice, e ben pochi dei pensieri che la agitano possono essere oscuri o inspiegabili. Non si curi dell’ironia di suo marito e, stia pure certa, nel giro di un mese se le parlerete di una certa “Pippa” gli verrà in mente ben altro che la graziosa giovinetta Londinese.
Evviva la Pippa ! Evviva la Fondazione !
in fede, Ravasio Belinoni Frustalupi
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L’informazione degli incapaci
Osama Bin Laden, o forse la sua icona, non c’è più. Oppure non c’è mai stato.
Terminato, freddato, tutti termini che attengono all’immaginario cinematografico made in Usa. All’interno dei terabyte di informazione online e via satellite di queste ore, ogni singola notizia è rincorsa da una smentita, ogni affermazione trova preciso contrappunto in una teoria complottistica o in una semplicissima logica.
Niente è chiaro, niente è come sembra e a poco servono tutte le nostre tecnologie se le nostre parole si perdono in mezzo a milioni di urla. L’attentato alle Twin Towers è un dolore forte nell’anima di tutti, ma troppe sono le zone d’ombra e le domande non ascoltate.
In tutto questo colossale rumore di pallottole e di edifici messi a ferro e fuoco non c’è la volontà di chiarezza. Diversamente qualcuno ci proverebbe a spiegare come un pur ricco beduino saudita sia stato in grado di organizzare ed attuare un’azione come l’attacco al WTC senza supporto logistico locale, affidandosi esclusivamente a un manipolo di altri personaggi da fumetto, più avvezzi alla guerriglia da strada che al pilotaggio chirurgico di un 757 della United. Ma di studi che analizzano la vicenda 11 Settembre, confutando in modo concreto la versione ufficiale ce ne sono per tutti i gusti.
L’operazione Desert Storm del 90, fu indicata come la prima guerra con totale copertura multimediale, ma tutte le vicende militari che sono seguite, pur avvalendosi e basandosi profondamente sui contenuti veicolati dal web, hanno sempre sofferto di una costante, voluta, continuativa, mancanza di chiarezza. Il giornalismo mondiale si è nel tempo goffamente impigrito, e si limita ora a ribattere “agenzie”, modificando qua e là alcune parole e ad utilizzare materiale fotografico preso da internet.
La foto (falsa) di Bin Laden morto che ha fatto il giro del mondo è la prova o della volontà di trasmettere immagini intenzionalmente fuorvianti, o (e sarebbe ancora peggio) di una colpevole bolsa inettitudine, col l’aggravante di non avere la voglia o le capacità di verificare le fonti prima di pubblicarle.
Se una normalissima verifica dell’immagine di Bin Laden attraverso un “motore di ricerca inverso” ha consentito a milioni di cittadini comuni di scoprire la bufala nel giro di mezz’ora, perché un giornalista del New York Times o del Corriere non ha saputo fare lo stesso ?.
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‘A Sandokan, facce sognà !
Déplacer une église, faire venir un éléphant ou se payer une star internationale pour convoler : quand on aime on ne compte pas… jusqu’à en perdre la têteKajal Fabiani et Gaurav Assomul, c’est ce jeune couple de milliardaires indiens qui a choisi de s’offrir le plus extravagant des mariages ce week-end, et hier, en Principauté de Monaco. Des épousailles sans exemple. Le Rocher, l’espace d’une noce, s’est transformé en Bollywood. Le mariage pharaonique, s’est déroulé entre Hôtel Hermitage et salle Garnier à Monaco. Le montant de cet événement sans exemple est top secret. Selon l’équipe de Monte-Carlo Weddings qui gère l’événement, l’investissement serait « considérable ». Combien peut donc faire « considérable » en centaines de milliers d’euros sonnant et trébuchant ? La question est sans réponse. (NiceMatin)
Il 21 Marzo nel ridente Principato di Monaco si è svolto uno dei matrimoni che resteranno nella memoria collettiva dei “locali”. Il miliardario indiano Gaurav Assomul ha impalmato la sua sposa Kajal Fabiani e per farlo ha scelto la strada del minimalismo e della sobrietà.
Seicento invitati trasferiti dalle lontane indie negli Hotel più esclusivi del Principato, un elefante “apparecchiato” da parata nella Piazza del Casinò, un cavallo bianco per consentire allo sposo di raggiungere velocemente e senza clamore la propria amata, tre giorni di festeggiamenti senza sosta (a carico del giovin sposo), e negozi aperti anche di domenica nel Carré d’Or per consentire agli invitati l’acquisto di generi di prima necessità quali borse griffate, scarpine di pitone o pochettes laminate in oro.
Giacche damascate preziosissime, ospiti illustri e una rigorosa scenggiatura hanno contribuito a rendere appieno la magia di un matrimonio decisamente fuori dal comune.
Così Lunedì pomeriggio chi fosse passato in piazza del Casinò a Monte Carlo (luogo già di suo non particolarmente noto per sobrietà e minimalismo), avrebbe assistito al romantico spettacolo del Principe indiano (nel Principato) che su un cavallo bianco, scortato dall’elefante “apparecchiato”, fendeva due ali di folla esultante impegnata a scattare foto a raffica con le compatte e con i telefonini.
Sarà che a noi occidentali l’elefante ricorda tanto il circo, sarà che per i numerosi italiani presenti all’evento le indie sono davvero lontane, ma la magia del momento ha subito una battuta di arresto quando un signore tra la folla ha gridato : ” ‘A Sandokan, facce sognà !!!!!.
photo credits : www.photoxygen.com and www.montecarloweddings.com
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Intercettazioni fai da te
All’inizio degli anni 90 se avevi un cellulare ”Etacs” (un Motorola MicroTac o analogo), oltre a bullarti con gli amici per la tua orrenda antenna a coda di maiale sul tetto della macchina, potevi anche dedicarti a un curioso passatempo pre-Facebook : l’intercettazione delle telefonate altrui.
Si toglieva la batteria al Motorola e, usando un pezzetto di stagnola recuperato dal pacchetto di sigarette, si faceva un ponte tra i contatti. Una volta chiuso, si digitava 08# ed il MicroTac si trasformava in uno scanner in grado di intercettare le telefonate in transito sulla rete cellulare di quella zona.
A quei tempi la telefonia mobile non era diffusa come oggi, ed il “portatile” era per lo più appannaggio della classe politica, che tra l’altro non doveva pagare di tasca propria le allora salatissime bollette Telecom. Così era molto frequente, facendo questo giochino, intercettare le comunicazioni di politici di primissimo piano che, senza nessun tipo di inibizione (e senza il minimo sospetto di essere ascoltati) parlando con colleghi, collaboratori ed amici, passavano con grande disinvoltura dalla analisi della crisi nel Golfo, al racconto dettagliato delle loro serate a luci rosse (con tanto di scorta al seguito, pagata dai contribuenti). Questa sorta di intercettazione fai da te, era piuttosto divertente, proprio per il fatto che (nella maggior parte dei casi) le comunicazioni tra i politici avessero come tema non tanto l’italica situazione economica, quanto la consistenza del culo di questa o quella amante occasionale.
Dando un’occhiata al pdf con le intercettazioni legate al caso Ruby, l’atmosfera che respiro è la stessa di quel vecchio, voyeuristico passatempo telefonico. Le differenze però sono parecchie. Allora le escort non esistevano, si chiamavano ancora mignotte. Le dichiarazioni erano spontanee e provenivano dai diretti interessati.
Poi il 17 Febbraio 1992, l’allora PM Antonio Di Pietro, diede il via all’inchiesta “Mani pulite” ed in molti si resero conto che il cellulare è meglio non usarlo come se fosse un confessionale..
In quei mesi di goliardiche intercettazioni fai da te non mi passò nemmeno per l’anticamera del cervello di registrare nessuna delle comunicazioni ottenute con il “trucco della stagnola”. Bell’idiota che fui.. Adesso avrei materiale scottante sulla prima repubblica che in confronto il Bunga Bunga di Berlusconi sembrerebbe il “gioco della bottiglia”..
Possibile che allora nessuno ci abbia pensato ?
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